Dopo 16 anni, in un mercoledì non qualunque di un luglio caldissimo, il nostro micione se ne è andato. Uno dei primi problemi è stato come dirlo ai bambini.

Avvertenza: questa non è una guida. Queste righe non contengono istruzioni o consigli. Quello che dirò non rappresenta un manuale del bravo genitore empatico. Le mie parole sono piuttosto un ricordo, affettuoso, di un piccolo animale che ha saputo farsi spazio con gentilezza nella mia vita fino ad andarsene da amico.

L’arrivo: dal gattile alla casa

Sono trascorsi più di 16 anni. In Italia quasi non esistevano ancora le Notti Bianche. Il giorno in cui andammo a recuperare il gattino nel gattile di Bergamo (vivevamo a Milano, all’epoca) era quello della prima notte bianca milanese. Era in una piccola gabbietta, con la mamma e il fratellino. Le femmine della covata avevano già trovato casa. Nella battaglia per uscire di lì, fu lui il più lesto a saltarmi in mano.  Potrei romanzare il momento, mettendoci dentro l’enorme affetto accumulato negli anni successivi, ma la realtà è che puzzava tremendamente. Il gattile è un luogo caritatevole, ma non è molto bello.

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La prima notte, che fu una notte di tempesta (e pensare quelli, a Milano, alle prese con la notte bianca!), la passò attaccato al mio piede. Accoccolato in fondo al letto, pesante poco più di un pacchetto di sementine.

Passano gli anni, le case e la vita

Non ci siamo più persi di vista, attraversando spazi e tempo, città e vita insieme. Io sempre meno capelli, lui sempre più grande; io con occhiali diversi, lui con i baffi via via più bianchi; io che cambio lavori, lui che aspetta la sera per accoccolarsi in braccio e fare le fusa.

Abbiamo cambiato casa e ci ha seguiti nel ritorno verso il mare. Abbiamo cambiato vita e lui, già anziano, era lì ad accogliere i bambini. La prima volta gli ha procurato qualche problema. Non essere più il centro assoluto del reame ha portato un livello di stress che abbiamo gestito a fatica. La seconda volta, invece, è stato perfetto: custode fidato e fedele del nuovo arrivato, accoccolato vicino alla cuccia.

L’ultimo giorno: un turbine

Quanto è stato nel mezzo inutile dirlo. Chiunque abbia un gatto di casa che vive in casa – e intendo proprio in appartamento – sa bene quanto sia forte l’affetto che si crea intrecciando le routine di una vita.

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L’ultimo giorno è stato un turbine, in ragione del passato e del presente in cui ci siamo trovati immersi. Lui immobile, capace solo di respirare, accoccolato nella notte vicino al letto. Noi che di tanto in tanto lo accarezziamo, chiedendoci cosa fare nel caso si sveglino i bimbi. La bimba che dorme prima del suo ultimo giorno d’asilo. Tutto, preso nel vortice ancor più travolgente di un lutto assai più grande riservato a un’amicizia fraterna. Sommare dolore a dolore e provare pudore per la propria quota.

Ci siamo fatti carico, in silenzio, della sua agonia. Proteggendola con affetto in una stanza riparata. Dentro, tutto quello che abbiamo vissuto insieme e l’ultimo passo. Fuori dalla porta, il mondo che prosegue, con i suoi propri dolori e i sorrisi. Confusi. Un carico spaesante.

“Cosa diciamo ai bambini?”

Escluso dire a due bimbi – 2 e 5 anni – “Il micio sta male, se ne sta per andare” poco prima della festa di fine asilo.

Proviamo ad aspettare oltre.

La festa è alle 16.30. Al riparo della stanza, in nostra presenza,  il micio muore un’oretta prima.

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E così andiamo alla festa e dopo la festa, dividendoci, una tiene fuori i bimbi, l’altro pensa al micio.

Glielo diciamo domani, dopo l’ultimo giorno d’asilo” ci accordiamo, mentre mangiamo fuori, nel tentativo di non sovraccaricare i bambini.

 Il rientro a casa. “È su un prato a giocare con gli altri mici”

Sono circa le 22. Solitamente non facciamo quest’orario con i bimbi, ma abbiamo concesso uno strappo, nel tentativo di tenerli lontano da casa.

Pensiamo di metterli a letto, senza che si accorgano di molto, presi dalla stanchezza.

Apriamo la porta e ci risponde un silenzio e un’immobilità totale. Non è quello cui siamo abituati, solitamente si disegna sempre il suo codino a punto interrogativo.

Due passi. E poi la domanda: E Mimo duv’è?

Uno sguardo di silenzio tra noi.

Non è più qui. Sapete che era molto stanco, ormai. È andato sulle nuvole, dove c’è un bel prato e gioca con gli altri gatti.

Pianti. Altre domande.

Bimbi, venite qui.

Abbracci.

Guardate che è felice.

Già. È felice.

Lo spero tanto.