È una domenica di tempo stupido.

Le nuvole sono incollate lì, che non hai neanche voglia di alzare gli occhi al cielo.

D’altra parte non servirebbe, il grigio te lo ritrovi nelle scarpe, nelle tasche, nel metallo delle chiavi, fredde nella mano.

Natale è a un soffio, ma ancora sta nascosto.

Mamma torna da casa dei nonni. Piano piano stanno trasferendo due vite in altri armadi e su altri scaffali. Una casa vuota può essere il palcoscenico per la memoria, ma non è quello adatto agli affetti, che devono stare più vicini.

C’è un maglione del nonno, deve essere uno degli ultimi che ha comprato.

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Mi chiede di provarlo, se non mi andasse bene – poi – passerà ad altri: tra zii e cugini qualcuno troveremo.

È un maglione un po’ serioso, non di quelli da ogni giorno.

Io vivo in t-shirt, penso che sembrerei una canzone fuori tempo.

A ogni modo, lo provo.

Ha il profumo dei nonni, quello che non potrò mai dimenticare.

Sa di frullati, ghiaccioli artigianali, melanzane alla parmigiana, tresette e scala quaranta; sa di versioni di latino, risate, piccoli segreti.

Sa di Natale, sa del presepe di mio nonno – sempre illuminato – ogni anno in fondo al corridoio.

Sa di levarsi le scarpe appena si entra in casa e poi correre e scivolare sul pavimento, insieme ai miei cugini.

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Lo tengo e lo indosso. Dico: “Mio!”

Mia sorella gira per casa con la piccola in braccio, poche settimane di respiri e poppate e già due occhi grandi che sembra possano vedere tutto.

Allungo un braccio verso di lei, le sussurro per non disturbare quel batuffolo du UEE-UEEE: “Senti un po’!”

Lei mi guarda, sempre cullando la piccola, e dice: “I nonni!”

È come se il grigio intorno fosse a colori.